Spesso ci si trova sospesi tra il desiderio di trovare pace con qualcuno e l’esigenza di creare innanzitutto una pace con se stessi, alimentata da una consueta natura di esseri individuali ed egoisti.
Conosciamo tutti, anche solo per sommi capi, l’amore che la regina Didone provò per il dannato Enea.
Ebbene, dai più profondi sentimenti mitologici, prende vita la preghiera tormentata del nostro eroe che, parlando alla notte, sulla quale si stende una splendida Luna blu, ripercorre i momenti di quella condivisione,rivolgendosi a una lei eterea, viva in quel riflesso di Luna sul mare…

 

… Con te stavo bene. Mi facevi dimenticare, talvolta, che avevo bisogno d’altro per sopravvivere.
Ricordo il giorno in cui notai per l’ennesima volta quanto eri bella: sulla terrazza affacciata sul mare, si levava un vento fresco che ci regalava sprazzi d’ossigeno, laddove il calore imponeva alla gente di stendersi, indolente, all’ombra di alberi secolari vestiti di foglie folte e rigogliose. Su in terrazza, noi ci godevamo lo spettacolo di un mare rincuorante che, nascondendo i suoi tumulti interni, mostrava a noi solo la sua faccia più placida.

La luce del sole, che filtrava tra i lenzuoli bianchi umidi, ti illuminava il viso a intermittenza, facendo si che il tuo sorriso si mostrasse splendido e inafferrabile, come in scatti di fotografie abilmente rubati ad attimi di pura felicità. Ridevi per qualcosa che avevo detto. Poi ti fermasti a guardarmi, languida, con il sorriso di chi ha dimenticato che il tempo scorre e le cose potrebbero cambiare da un momento all’altro. Il sorriso di chi,ingenuamente, sta vivendo solo il presente.
Non ho scuse per tutto il dolore che ti ho inflitto, ma giurerei che non mancarono i momenti in cui credei di amarti più di qualunque altra cosa al mondo.
Nonostante avessi voltato lo sguardo, non posso negare che, con il tempo, quella sofferenza l’ ho sentita sfregare sulla mia stessa pelle. All’epoca, seppure con difficoltà, decisi che avrei ignorato quel dolore, perché non mi apparteneva: la mia strada era un’altra ed ero fiero di me per aver saputo sciogliere il nodo di una relazione che non mi avrebbe portato da nessuna parte. Avevo bisogno di partire. Crearmi un futuro concreto, lontano.
L’amore era l’unica cosa in cui tu, invece, riponevi fede. Quell’amore tenero che sa trasformarsi in roccia e resistere a qualsiasi intemperie. Mi dicevi che non serviva a nulla rincorrere un destino già scritto da qualcun altro. Che bisognerebbe sentirsi liberi di vivere, senza i sensi di colpa che la società impone quando eroicamente ci si oppone alla sua volontà limitata.
Ma io non ero come te, io ero distratto da un vortice di sentimenti contrastanti. Io volevo amarti e intanto restare solo, senza colpe né dolore.

Mi domando ancora spesso se non siano i sentimenti, quelli più profondi, i fini ultimi che l’uomo si dice di voler raggiungere. Ma essi, quanto più puri, sono meschini, si frappongono alla nostra esigenza di sentirci realizzati, indipendenti ed autonomi; di farcela da soli. Talvolta essi non sembrano il fine ultimo, ma lo strumento scordato che accompagna l’ascesa alla nostra realizzazione di esseri individuali, destinati alla solitudine e all’auto-annientamento. Alimentati dai sensi di colpa, si interfacciano alla gioia di pochi attimi. Sono forse, solo un altro modo che la vita ha di punirci per la nostra innata insolenza.

…La tua pelle era morbida, e i tuoi capelli profumavano di paesaggi lontani, e adoravo giacerti accanto immaginandoci insieme, in posti sempre diversi, amavo prenderti tra le braccia e farti sentire sicura, nonostante io stesso non fossi sicuro di nulla.
Parlare con te era una cerimonia sfarzosa di argomenti sempre diversi. Eri sempre pronta a supportarmi, anche quando la mia mente pellegrinava verso ambizioni irrisolvibili.
La tua intelligenza non ti ha mai nascosto le mie inquietudini, ma il tuo coraggio, spinto da quello che sovente chiamiamo Amore, ti fortificava e, quasi sempre, ti rendeva immune alla realtà dei fatti. Cieca.
Intanto io progettavo il mio futuro lontano da te, a tratti angosciato dal senso di colpa per non essere in grado di rendere durevole quel tuo bellissimo sorriso. Per non essere capace di amarti contemporaneamente amando me stesso.
Tu sapevi, ma avresti continuato ad ignorare e, se io avessi saputo come restarti accanto, tu saresti ancora qui a tollerarmi, anche senza il futuro stabile e rispettabile a cui tutti anelano. Quel sogno di stabilità senza sostanza, ciò che tutti rincorrono e, volendo, ottengono, per poi sentirsi nuovamente incatenati a qualcosa da cui voler fuggire via. Tu sapevi anche questo.
Invidiavo quel tuo modo di godere della felicità, quando arrivava, e portartela dentro per poi rinfacciarmela sensualmente quando la paura si insinuava tra le nostre carezze. Invidiavo il fatto che per te la felicità non fosse solo un attimo, ma una predisposizione d’animo. I miei tormenti mi hanno spesso portato a vivere mediocremente, mentre tu annientavi il mio dolore e, paradossalmente, alimentavi il senso di colpa che ne seguiva. Ti approcciavi alla vita con passione verace. Io ti osservavo, mi innamoravo, sempre. E, puntualmente, mi crocifiggevo.

Per anni ho continuato a stupirmi di quanto fossi bella, del modo che avevi di spostare lo sguardo accarezzando l’aria con le tue lunghe ciglia nere. Vellutate erano le tue labbra, e luminosi i tuoi capelli dai colori sempre diversi e dal profumo del mare mescolato alla pioggia. Mi perdevo a contemplare le tue mani raccogliere l’aria intorno come a puntualizzare le infinite sfumature delle parole.
Ho ringraziato gli dei ogni giorno, quando ti baciavo. Amavo contare i nei sul tuo corpo perfetto e mi lasciavo cullare dalla speranza che per ogni tuo neo, avrei potuto scrivere un capitolo di vita insieme, lungo esso stesso una vita. Ringraziavo la vita ogni volta che mi perdevo nel tuo corpo, quando mi stringevi possessiva, in una morsa convulsa di braccia e gambe; quando mi guardavi dall’alto, dipinta in movimento in una cornice instabile di morbidi capelli, quando ti chinavi per ingoiare via le colpe dalle mie labbra e trasformarle in sensazioni di naturale splendore, mentre ti stringevo i fianchi nudi per sequestrare quel tuo senso di libertà, appropriarmene il più a lungo possibile.

Ma, come con passione vivevi la gioia, così la costernazione. Talvolta, infatti, l’esigenza di un futuro stabile, attanagliava anche te. E il tuo modo di affrontare quella maledizione era avvilente: ti rimpicciolivi in un angolo d’ombra in balia dell’angoscia di un’inevitabile fine. Le unghie affilate di una vita nella quale non avevamo chiesto di vivere, che anzi, si ostinava a farsi vivere senza alcuna considerazione delle nostre afflizioni, ci premevano sul collo e ci tenevano incatenati alla consapevolezza che l’amore, da solo, non sazia.
Allora leccavo le lacrime che ti si posavano sulle labbra, per baciarti via la frustrazione e cercavo di farmi carico, per una volta, di quell’infida consapevolezza.
Odiavo quei momenti, in cui avremmo voluto solo amarci, quando eravamo entrambi troppo lucidi per non soccombere alla cruda verità: anche noi eravamo gli ennesimi schiavi della società, troppo contaminati per farci bastare quell’amore che, forte come le rocce, alla fine, pur non capitolando, si lascia scalfire da anni di tempeste, di onde che gli sbattono contro con costanza e senza controllo.

Cosi, un giorno, me ne andai e non versai nemmeno una lacrima. Non avevo alcun rimpianto, perché quello, mi dicevo, era il mio destino. Perché i momenti con te, non bastavano più a farmi credere di stare bene.
Impresso è il ricordo dei tuoi occhi immensi, da cui sorgeva limpida l’ambra, densa come la resina che scorre dai più solidi alberi.
T’ho immaginata spesso in piedi, su quella terrazza che dà sul mare infinito che, perdendosi nel cielo, ti fa sentire tanto piccolo quanto in diritto di sognare e sperare ancora.

Con un nodo alla gola, riesco a vederti sopraffatta da una collera violenta, alla ricerca di un rimedio che cullasse via tutto il tuo dolore, levata in un volo senza risalita, stretta in un abbraccio di avide onde.

Mi meritavo tutto il tuo odio, il tuo rancore. Vorrei oggi dirti quanto amore provavo per te. Vorrei poterti stringere di nuovo e non permetterti di fuggire il mio abbraccio, perché, nonostante la fine fosse stata comunque ineluttabile, io ho amato il tuo abbraccio sicuro. E avrei voluto stringere quel sentimento etereo tra i nostri corpi per far si che non svanisse, almeno per qualche secondo ancora.
Sono tutt’ ora incapace di accettare, come, quell’ indomabile belva che si fa chiamare Amore, tra le tante creature della Terra, abbia respinto proprio me, rilegandomi al più infido abbraccio dell’Egoismo. Quella stessa avida belva, ti ha spinto a lasciarti cadere, trovando cosi il suo più folle coronamento nel tuo ultimo respiro.
Non ho saputo amarti, e non so pregarti meglio, ma giuro, per quel che vale adesso, che per un momento ancora avrei voluto illudermi che il futuro rispettabile al quale tutti si riversano, fosse sorretto soltanto dai sentimenti.
Ancora e ancora, anche io avrei voluto vivere, cieco, in balia dell’Amore, e di nient’altro.