Il senso di panico della vita, che suscita ammirazione e sgomento di fronte al fascino delle cose, va ad esaurirsi nell’immaginario artistico di pochi talenti. Questo mondo talvolta assurdo, ci ha concesso la possibilità di accoglierne uno, e quest’uno ed unico nel suo estro è il genio di Lee Alexander Mcqueen.

Il fascino del dramma, della paura, dell’inquietudine come esperienza di vita, come mezzo per oltrepassare la superficie cheta della serenità. Peter Handke scriveva “Cosa c’è nella pace che alla lunga non entusiasma, e che non si presta al racconto?”, Alexander Mcqueen penetra questo sentimento, sfregando la crosta del mondo delle introspezioni, ne spoglia i lati oscuri e reconditi. E con una veemenza senza precedenti, lo fa attraverso il più sofisticato ed impensabile dei mezzi: la moda.

Nell’immaginario di costui, vi sono dei mondi che si nascondono dietro ad altri mondi, ed ognuno di essi si pone con un’infinità di possibilità diverse e inattese.

Personalità tormentata da sempre, energica e poco flessibile agli schemi, vanta già a soli sedici anni una passione tanto forte da spingerlo a lasciare gli studi ed intraprendere immediatamente la carriera di stilista, prima da Anderson e Shepherd e poi da Bermans & Nathans, attivi come costumisti teatrali, in Savile Row a Londra, sua città di origine. Ma è a soli venti anni che entra a far parte del team di Romeo Gigli a Milano, esperienza che lo spinge a desiderare una propria attività, resa possibile grazie alla profonda esperienza di formazione acquisita presso la prestigiosa scuola d’arte Central Saint Martins di Londra, tutt’ora meta più ambita per i giovani fashion designers di tutto il mondo. L’inclinazione visionaria dell’artista slitta agli occhi di personalità note come Suzy Menkes e Isabella Blow, che decide di acquistare una delle sue prime collezioni per una somma totale di 5.000 sterline; collezione questa che suscitò forti impressioni già all’epoca, poiché vide sfilare la modella Aimee Mullins, con gambe amputate, su due protesi in legno finemente intagliato, e due robots, in origine destinati alla verniciatura di automobili, che spruzzavano della tinta sull’abito bianco.

Parallelamente, le prestigiose collaborazioni continuano, presso Givenchy, alla guida della haute couture e successivamente con Puma, per la realizzazione di una linea di scarpe. Il grande passo avviene quando il gruppo Gucci decide di acquistare il 51% del suo brand, per volere dell’amministratore delegato Domenico De Sole. Ma il suo estro si estende anche al mondo del cinema ed in qualche modo questo va a configurarsi con le sue grandi doti da eccentrico costumista, che senza dubbio saranno le cifre stilistiche del suo brand, tanto da far si che ogni fashion show di stagione diventi tra gli spettacoli più attesi dell’anno nel mondo della moda.

A cinque anni dalla sua morte, avvenuta prematuramente, l’instancabile sogno di poter rivedere Lee alla guida del suo brand, è ancora presente nei desideri della ormai nota Sarah Burton, oggi alla guida dell’azienda. E’ un vuoto colmo di urla, quello lasciato da Alexander Mcqueen, disperato quanto la sua richiesta di aiuto poco prima della morte; una storia che insegna la paura e lo sconcertamento di fronte ai drammi della vita, prima quello della cara amica Isabella Blow, poi quello della madre, baricentro della sua esistenza, che con la sua morte, porta dietro di sé anche il giovane ed esasperatamente sensibile stilista.

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“Savage Beauty” mostra dedicata ad A. Mcqueen – fonte wikipedia

Il chimerico palcoscenico di questo genio, esplode senza riserve ogni volta, non lascia spazio alla semplicità delle immagini, ne traccia i contorni, ne rafforza i colori e tuttavia la pone di fronte allo spettatore con un’ infinità di letture differenti, spesso in chiave onirica, di quell’onirico spaventoso, che per citare Francisco Goya, diviene “sonno della ragione” che “genera mostri”. Ma i mostri di Alexander Mcqueen, sono delle sinuose figure riprese da un sogno talvolta vittoriano, gotico medievale o rinascimentale; sono spesso cadaveri claudicanti che solcano il palcoscenico, disperate, corroborate spesso da strutture pesanti e sopraffini al contempo. E sono gli altisonanti drappeggi ed i tagli quasi impossibili che compongono quel sogno comunicativo che chiamiamo abito. Abito come abitare, come rifugio. Ad ogni rifugio la sua complessità organica, le sue radici; poiché tuttavia la mise Mcqueen non poggia sul suolo, ma è come se lo sterrasse, per un attimo lo possiede e passa per il cuore. Quello che arriva a noi è la paura, l’allarme delle esperienze che non si limitano ad oltrepassarci, ma ad afferrarci ed inseguirci. Allora per un attimo non apparteniamo più a noi stessi, ma diventiamo dell’altro, siamo privi di senno.

La passione anela intorno ad un unico grande sentimento: la comunicazione. Se non comunichiamo, periamo lentamente. Alexander Mcqueen ci ha lasciato in eredità tutto questo, ci ha ‘controllato’ ad ogni performance e poi ci ha restituiti a noi stessi in un modo che prima non conoscevamo, un modo nuovo che ci ha spinto a guardare verso un mondo nuovo, fatto di fastosità e ostentazioni, per mascherare profondi disagi innati che sono cari ad ogni uomo e ad ogni donna.

La dimensione della perdita e della gioia serena che pare soffiare solo verso l’alto, concetto tipicamente gotico, spirituale, è stato letto in una delle performance datate 2006, in cui lo stilista mostrava al Victoria and Albert Museum, un ologramma di Kate Moss in abito bianco, imprigionata in una teca, con un vento artificiale proveniente dal basso, che rendeva la figura della modella, ruotante su se stessa, come un fantasma, simbolo di un immaginario allegorico.

Sono molteplici le atmosfere ricercate, questa forse è stata una delle più ricordate. Come si ricorda la regale orchestra presente al fashion show della primavera-estate 2007, dal sapore melanconico, ispirato alle opere di Goya ed alla Handel’s Sarabande; o ancora la primavera-estate del 2001, nella quale egli presenta “Voss”, collezione che mette in scena un’ interpretazione della perdita di ragione, attraverso la mise en scene di un cubo di vetro in passerella, che al termine della sfilata si rivela come set di un centro di igiene mentale. Ma questa è solo una parte dei mondi ricostruiti nelle fantasie del genio inglese.

Il Victoria and Albert museum ha offerto una velata retrospettiva del lavoro dello stilista, in una mostra dal titolo Savage beauty conclusasi quest’anno, testimonianza della celebrazione resa ad Alexander Mcqueen. Ma è forse quella che abbiamo ricevuto noi in cambio la vera strenna, quella voragine di emozioni e pathos trasmessa in questi anni, la consapevolezza della precarietà delle cose belle, della fantasia stessa, dell’importanza di custodire una cosa cara come l’estro creativo. Il confronto con la paura, il dolore, ed il suo stesso superamento attraverso ciò che si ama. Alla moda questo onore. La moda come ritrovo per menti assolte, svincolate, indecenti. Trasognate.